L’emigrante

Ancora nel 2010 (il 2010, cazzo!) si deve partire, come i nostri nonni.

Partire, per forza, se si vuole mangiare.

Partire, per forza, e lasciare dietro sé ogni affetto ed ogni ricordo, per non impazzire, per salvarsi.

Partire, per forza, per raggiungere un posto forse ostile, forse accogliente, chi sa, ma pauroso, questo sì.

Partire, per forza, e salire su questo lurido treno che mi porterà a Nord, dove la crisi arriva sempre un po’ dopo, dove la miseria è costantemente in ritardo.

Accanto a me c’è un’oca che si lamenta perché deve fare ottanta chilometri ogni mattina per andare al lavoro ed altri ottanta per tornare a casa ogni sera. Io ne devo fare mille e duecento per andare, forse, non è detto, al lavoro. Quanto al ritorno a casa, quello non è nemmeno contemplato nel calcolo.

Ora le chiedo se vuol fare uno scambio.

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La vita è passata ed io non mi sono neanche accorto

Il Giardino dei ciliegi di Cechov finisce così: con il vecchio servitore dimenticato che si stende pronunciando questa frase “La vita è passata, è come se non avessi vissuto” oppure, a seconda delle traduzioni “La vita è passata, ed io non mi sono neanche accorto”. Questa è la traduzione che preferisco, anche se in realtà è la più triste.

Vivere senza accorgersi, lasciar correre i giorni, farseli scivolare addosso come se la cosa non ci riguardasse, come se avessimo davanti tutto il tempo del mondo, dicendo a noi stessi “Vivrò domani” e dunque, di fatto, non vivendo mai.

Il terrore di comportarmi così mi perseguita, la paura straziante di non godermi ogni dannato attimo che mi è concesso mi cammina sempre a fianco.

Quindi posso dire con sincerità che gran parte del mio tempo è occupato da questo…

Ok, quando morirò potrò dire “La vita è passata, ed io l’ho trascorsa preoccupandomi di non accorgermi”

L’uomo che si gioca il cielo a dadi

E quando verrà l’ora
di partire vecchio mio
scommetto che ti giochi
il cielo a dadi anche con Dio

La pendolare

 Prendo questo dannatissimo treno ogni dannatissimo giorno.

Sempre più pieno di gente stanca come me di questa vita da girovaghi (ma senza avventura), pieno del puzzo di queste persone che ogni giorno si sudano, anche fisicamente a quanto pare, il pane quotidiano. Uno schifo di lavoro in uno schifo di città che non è la mia, questo è tutto quello che sono riuscita a trovare dopo aver studiato fino a quasi trent’anni, master compresi.

Di trasferirmi nella città in cui lavoro non se ne parla nemmeno, gli affitti sono troppo cari. E così mi ritrovo a far parte di quella nutrita schiera di esseri umani che vanno ad ingrassare le statistiche ed il talk shows del pomeriggio il cui argomento principe paiono essere i trentenni che non intendono lasciare il nido materno, per comodità, dicono loro, per impossibilità a fare altrimenti, dico io.

Non è che io abbia molta scelta tranne il fare questa vita che non mi piace, e che soprattutto non mi lascia tempo per niente altro che non sia il viaggio in treno.

Le mie relazioni sociali iniziano e finiscono qui, tra un vagone l’altro, ma a dire il vero parlare di relazioni sociali è un po’ esagerato. Mi spiego meglio: ogni giorno vedo le stesse persone, ci parlo anche, qualche volta, ma non si può certo parlare di scambi umani. L’argomento delle nostre conversazioni si limita per lo più agli sbotti per gli immancabili ritardi, o al massimo a che tempo farà domani.

A dire il vero se dovessi descrivere una delle loro facce non saprei da che parte cominciare. E’ come se fossero tutti senza lineamenti, come alcuni di quegli inquietanti manichini che vedi a volte nelle vetrine del centro. Siamo chiari non che io in centro ci possa andare poi così spesso, ed in ogni caso mai e poi mai potrò permettermi qualcosa di indossato dai manichini di cui sopra.

Ad ogni modo, mi è capitato di vederli e sembrano proprio i miei compagni di viaggio.

Sogni

Ho tenuto  in un cassetto i miei sogni per così tanto tempo che mi si sono sgualciti tutti…

La ventenne

Sul treno c’è una ragazza. Se ne sta con la fronte appoggiata al vetro e guarda fuori, gli occhi fissi sul paesaggio che continuamente cambia, sotto i suoi occhi immobili.

Ha l’I-Pod acceso ed il cappuccio della felpa calcato sulla testa nonostante il caldo. Si isola, con l’I-Pod ed il resto, si isola perché ha vent’anni ed il cuore ammaccato.

Si copre perché la vita non è facile quando si hanno vent’anni ed il cuore ammaccato, si isola perché si protegge dal mondo, ed il mondo non è tenero con chi ha vent’anni, ed il cuore ammaccato.

Si isola perchè è l’unico modo che trovato per salvarsi.

I treni

Quando facevo la studentessa pendolare avevo l’abitudine, per passare il tempo, di osservare i miei compagni di vagone. Cercavo di dedurre, dai loro comportamenti, da qualche parola che riuscivo a rubare, dalle loro espressioni, che cosa pensassero e che vita facessero.

Ne sono venute fuori piccole storie, alcune veramente brevi altre più lunghe, o anche solo commenti che vorrei far leggere a tutti coloro che ne siano incuriositi.

Nel prossimo post troverete il primo.

Buona vita a tutti

Voci precedenti più vecchie

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