I coniugi Allen

I coniugi Allen se ne stavano seduti l’uno di fronte all’altra senza dirsi una parola. A dirla tutta non si erano detti un accidente da quando erano saliti sul treno, un paio di ore prima. Tanto che i loro compagni di vagone si sentirono autorizzati a ritenere che i due non si conoscessero affatto e che l’averli visti salire insieme non fosse stata che una coincidenza. La verità era che i coniugi Allen non potevano rivolgersi la parola senza iniziare una furibonda lite che si sarebbe spenta solo quando avessero deciso di andare a dormire, o avessero dovuto recarsi in posti differenti. Ora con questo non s’intenda che in quel giorno preciso, il giorno in cui avevano preso il treno, avessero un ragionevole motivo per avercela l’uno con l’altra, e di conseguenza avessero deciso per un sacrosanto mutismo. Erano invece quasi cinque anni che i due si comportavano come nemici giurati, massacrandosi a suon di offese e recriminazioni.  L’unico modo in cui si poteva sperare di sedarne gli animi era dividerli. Non c’era propriamente bisogno di un motivo per scatenare un litigio, l’acrimonia accumulata in dieci anni di matrimonio era così tanta che bastava all’una aprire bocca nei confronti dell’altro, o viceversa indifferentemente, perché questa, l’acrimonia, decidesse di riversarsi al di fuori e più precisamente sul tasto che al coniuge risultava più doloroso. I pretesti erano infiniti, cosi che un giorno decisero, miracolosamente di comune accordo, di non rivolgersi più la parola se non quando fossero stati completamente soli e nel chiuso della loro casa. Per cui accadeva che, una volta usciti e non potendo parlarsi,dovessero comunicare per interposta persona creando gustosi siparietti comici in qualsiasi luogo si trovassero, e risultando peraltro più ridicoli che se avessero discusso in pubblico. La signora Allen, rompendo il silenzio che durava dalle due ore suddette, si rivolse al suo vicino e disse:

– Può per favore dire a mio marito che vado un attimo in bagno e tornerò tra dieci minuti?

Illuminando così l’esterrefatto interlocutore, ed il vagone tutto, sul loro status di coppia, regolarmente sposata per giunta, ma lasciandoli contemporaneamente a chiedersi che diavolo di rapporto ci fosse tra i due.

Ora, i due si trovavano su quel treno per il semplice motivo che un vicino di casa ce li aveva spediti. Mi spiego meglio.

Qualche giorno prima la signora Allen si trovava nel proprio giardino, quando il signor Allen tornò dal lavoro:

– Strappi le erbacce?

– Visto che te lo chiedo da giorni e non lo fai, lo faccio io!

– Un povero Cristo che torna stanco dal lavoro deve anche pensare alle tue dannatissime erbacce?

– Pur sorvolando sul fatto che anch’io sono appena tornata stanca dal lavoro…cosa significa le MIE dannatissime erbacce? Scusa ma tu dove abiti? Ad onor del vero sono anche le TUE dannatissime erbacce!

– Allora diciamo che delle NOSTRE dannatissime erbacce non me ne può fregar di meno

– Figuratevi a me!!

Esordì sbraitando l’ormai noto vicino di casa.

– Mi avete fatto una testa così con le vostre urla, le vostre liti, i vostri rimbrotti! I fatti vostri non li voglio sentire, almeno litigaste piano! Avete fatto una testa così a tutti, il vicinato non vi regge più. Andate ad massacrarvi da qualche altra parte, questi sono due biglietti per Venezia, io ed i vicini tutti vi auguriamo buon viaggio e che la città più romantica del mondo vi ispiri adeguatamente, se la cosa non dovesse accadere almeno avremo avuto un paio di settimane di quiete, e tutti noi speriamo che in tal caso avreste il buon gusto di trasferirvi in un posto più isolato, dove non renderete partecipe la popolazione del vostro rapporto strampalato.

– …Noi…non sappiamo che dire…

– Andate al diavolo, ma fatelo in silenzio         

I coniugi Allen rimasero allibiti, e così imbarazzati da non riuscire a spiccicare una sola, singola sillaba. Non restò loro che entrare in casa a preparare le valigie.

Ora qualcuno si chiederà perché accidenti quei due non si decidessero a lasciarsi. Siamo in un’epoca in cui un divorzio non fa più alcun effetto a nessuno, non avevano figli, ed erano ancora giovani abbastanza da sperare di trovare un nuovo amore, meno complicato.

Ma in realtà una cosa semplicissima teneva uniti quei due, ma ad alcuni potrà sembrare che la cosa abbia dell’assurdo. I coniugi Allen si amavano.

Si amavano di un amore cocciuto ed antico, un amore che non contemplava neanche nel più ardito dei pensieri la propria disfatta.

Un amore che veniva coltivato con impegno e duro lavoro, che tenevano sveglio e vigile con gli unici codici che i due conoscevano: il litigio ed il sesso.

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L’emigrante

Ancora nel 2010 (il 2010, cazzo!) si deve partire, come i nostri nonni.

Partire, per forza, se si vuole mangiare.

Partire, per forza, e lasciare dietro sé ogni affetto ed ogni ricordo, per non impazzire, per salvarsi.

Partire, per forza, per raggiungere un posto forse ostile, forse accogliente, chi sa, ma pauroso, questo sì.

Partire, per forza, e salire su questo lurido treno che mi porterà a Nord, dove la crisi arriva sempre un po’ dopo, dove la miseria è costantemente in ritardo.

Accanto a me c’è un’oca che si lamenta perché deve fare ottanta chilometri ogni mattina per andare al lavoro ed altri ottanta per tornare a casa ogni sera. Io ne devo fare mille e duecento per andare, forse, non è detto, al lavoro. Quanto al ritorno a casa, quello non è nemmeno contemplato nel calcolo.

Ora le chiedo se vuol fare uno scambio.

La pendolare

 Prendo questo dannatissimo treno ogni dannatissimo giorno.

Sempre più pieno di gente stanca come me di questa vita da girovaghi (ma senza avventura), pieno del puzzo di queste persone che ogni giorno si sudano, anche fisicamente a quanto pare, il pane quotidiano. Uno schifo di lavoro in uno schifo di città che non è la mia, questo è tutto quello che sono riuscita a trovare dopo aver studiato fino a quasi trent’anni, master compresi.

Di trasferirmi nella città in cui lavoro non se ne parla nemmeno, gli affitti sono troppo cari. E così mi ritrovo a far parte di quella nutrita schiera di esseri umani che vanno ad ingrassare le statistiche ed il talk shows del pomeriggio il cui argomento principe paiono essere i trentenni che non intendono lasciare il nido materno, per comodità, dicono loro, per impossibilità a fare altrimenti, dico io.

Non è che io abbia molta scelta tranne il fare questa vita che non mi piace, e che soprattutto non mi lascia tempo per niente altro che non sia il viaggio in treno.

Le mie relazioni sociali iniziano e finiscono qui, tra un vagone l’altro, ma a dire il vero parlare di relazioni sociali è un po’ esagerato. Mi spiego meglio: ogni giorno vedo le stesse persone, ci parlo anche, qualche volta, ma non si può certo parlare di scambi umani. L’argomento delle nostre conversazioni si limita per lo più agli sbotti per gli immancabili ritardi, o al massimo a che tempo farà domani.

A dire il vero se dovessi descrivere una delle loro facce non saprei da che parte cominciare. E’ come se fossero tutti senza lineamenti, come alcuni di quegli inquietanti manichini che vedi a volte nelle vetrine del centro. Siamo chiari non che io in centro ci possa andare poi così spesso, ed in ogni caso mai e poi mai potrò permettermi qualcosa di indossato dai manichini di cui sopra.

Ad ogni modo, mi è capitato di vederli e sembrano proprio i miei compagni di viaggio.

La ventenne

Sul treno c’è una ragazza. Se ne sta con la fronte appoggiata al vetro e guarda fuori, gli occhi fissi sul paesaggio che continuamente cambia, sotto i suoi occhi immobili.

Ha l’I-Pod acceso ed il cappuccio della felpa calcato sulla testa nonostante il caldo. Si isola, con l’I-Pod ed il resto, si isola perché ha vent’anni ed il cuore ammaccato.

Si copre perché la vita non è facile quando si hanno vent’anni ed il cuore ammaccato, si isola perché si protegge dal mondo, ed il mondo non è tenero con chi ha vent’anni, ed il cuore ammaccato.

Si isola perchè è l’unico modo che trovato per salvarsi.

I treni

Quando facevo la studentessa pendolare avevo l’abitudine, per passare il tempo, di osservare i miei compagni di vagone. Cercavo di dedurre, dai loro comportamenti, da qualche parola che riuscivo a rubare, dalle loro espressioni, che cosa pensassero e che vita facessero.

Ne sono venute fuori piccole storie, alcune veramente brevi altre più lunghe, o anche solo commenti che vorrei far leggere a tutti coloro che ne siano incuriositi.

Nel prossimo post troverete il primo.

Buona vita a tutti

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