Il counseling

Il counseling, già ampiamente diffuso nei paesi anglosassoni ed in via di diffusione in Europa, si configura come un intervento di tipo terapeutico di breve durata, atto a portare alla risoluzione non di patologie psichiche ma dello stato di disagio del cliente provocato da eventi transitori e cause esterne (decisioni difficili da prendere, problemi da affrontare ecc…)

Il sostantivo counseling deriva dal verbo to counsel che risale al latino consulo-ĕre, traducibile in “consolare”, “confortare”, “venire in aiuto”, si compone di cum e solĕre, “alzarsi insieme“, sia propriamente come atto, sia nell’accezione di “aiuto a sollevarsi”. Carl R. Rogers (1902-1987), uno tra i più importanti esponenti della psicologia umanistica americana, usa il termine counseling per indicare una relazione nella quale il cliente è assistito nelle proprie difficoltà senza rinunciare alla libertà di scelta e alla propria responsabilità.

Il counselor è un professionista dell’ascolto, che sa indirizzare il cliente verso il superamento del momento critico in modo autonomo.

A dispetto del nome che evoca la parola consiglio, dunque,  il counselor non dà consigli (se una persona si trova in difficoltà, dice Rogers,il modo migliore di venirle in aiuto non è quello di dirle cosa fare […]quanto piuttosto quello di aiutarla a comprendere la situazione e a gestire il problema prendendo da sola e pienamente le responsabilità delle scelte eventuali[1]),  non fornisce soluzioni ma aiuta piuttosto il cliente a capire che ha tutte le capacità necessarie per la risoluzione del suo problema, non si sostituisce al cliente nel prendere decisioni, non si prende carico delle responsabilità del cliente stesso.

La funzione del counselor è quella di portare il cliente ad accettare la responsabilità della propria condotta e degli esiti della propria vita[2].

Chi si trova nel disagio, di qualunque entità esso sia, ha spesso la tendenza a scaricarne la responsabilità a terzi (il destino o un’altra persona, per esempio). Uno dei principali compiti del counselor è dunque quello di riportare l’attenzione del cliente sulle proprie responsabilità, e sulla consapevolezza che nessuno possa prendere il suo posto nel decidere della propria vita, che non può esimersi dallo scegliere.

Fino a che ciò non accade non si può sperare che il cliente prenda in mano la sua esistenza, che prenda coscientemente le proprie decisioni, che viva perciò una vita piena e consapevole.

Strumento fondamentale per ottenere questo risultato è l’empatia, che risulta essere una delle più importanti caratteristiche professionali del counselor.

Con il termine empatia si intende la capacità di condividere il disagio dell’altro e di percepirlo come se fosse il proprio. Importante per la buona riuscita di un trattamento di counseling è che il counselor resti nella dimensione del come se, ovvero che non si lasci invadere dall’ansia del cliente “sentire la sua (del cliente, nda) confusione, o la sua timidezza, o la sua ira o il suo sentimento di essere trattato ingiustamente come se fossero propri, senza tuttavia che la propria insicurezza, o la propria paura, o il proprio sospetto si confondano con i suoi, questa è la condizione che sto cercando di descrivere e che ritengo essenziale per instaurare un rapporto produttivo”[3].

Fondamentale è la capacità da parte del counselor di sospendere il giudizio. Questo sta a significare che il counselor deve riuscire a guardare al cliente ed al suo disagio senza preconcetti e pregiudizi, senza che le sue idee o le sue esperienze personali intervengano in alcun modo nel suo trattare il problema. “La valutazione degli altri non mi serve da guida e ancora “il terapeuta accetta, rispetta, apprezza il cliente in modo incondizionato” per citare nuovamente Rogers[4].


[1] Cit. in  Anna Maria Di Fabio, Counseling, Giunti, Firenze 2005

[2] Rollo May, L’arte del counseling, Astrolabio, Roma 1991

[3] Carl R. Rogers, La terapia centrata sul cliente, Psycho di G. Martinelli, Firenze 1994

[4] Carl R. Rogers, La terapia centrata sul cliente. Cit

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